Terra Provocata

terra provocata

I  

Possiamo certamente affermare che non c’è nulla di provocatorio, oggi, nell’utilizzare un panetto di argilla per realizzare un’opera d’arte.

Ma, anche se sembra incredibile, tale affermazione soltanto da poco tempo può considerarsi accettabile. Se infatti consideriamo la storia dell’arte dalla parte della materia più povera, duttile e antica, infatti, non potremo non accorgerci che il libero e vasto utilizzo della ceramica in una produzione artistica scultorea e installativa è uno dei traguardi raggiunti dalla vicenda culturale del Novecento.

 

La ceramica è il risultato di una materia e di un processo talmente semplici ed arcaici da essere, da sempre, un materiale perfetto per utensili ed oggetti.

La sua diffusione capillare e planetaria e le infinite differenze di materie prime

e interpretaziomi antropologiche l’hanno resa simbolo di centinaia di identità etnografiche e, poi, di stili e culture. La sua infinita gamma di possibilità tecniche lo ha eletta a materiale sacro per una ristretta cerchia di artigiani – alchimisti, divenuti nei secoli sempre più gelosi dei propri segreti e dei loro saperi ed esclusivamente interessati ai virtusosismi chimici-scientifici alla base dei risultati estetici.

 

In questo scenario che allude alla ceramica come terreno oggettuale e virtuosistico si inquadra la prima provocazione a cui il titolo della mostra allude: La provocazione di chi ha cercato con la propria ricerca di portare il materiale oltre gli utilizzi quotidiani che inevitabilmente la propria natura suggerisce rivestendola di un altro significato, considerandola pura materia dell’arte.

Una tensione che, con tutte le premesse grandiose disseminate qua e là nella storia dell’arte, dall’Esercito di Terracotta alla vicenda dei Della Robbia fino ad Arturo Martini, esplode e diventa davvero diffusa nel mondo soltanto nel secondo dopoguerra, incoraggiata dallo scenario che l’Informale e l’arte materica schiudeva all’utilizzo dell’argilla, umile o preziosa, nuda o smaltata, ruvida nella propria accezione materica o liscia, docile e sottomessa a maniacale perfezione tecnica.

Fu in quel periodo che soprattutto le ceramiche di Lucio Fontana, non certo relegate dall’artista ad una produzione di secondo piano, e le sculture informali di Leoncillo Leonardi funsero da riferimento per una vera e propria epoca d’oro della scultura in ceramica in Italia e nel Mondo. Un trentennio in cui fiorì in amibto internazionale una generazione di maestri della ceramica che votarono il proprio lavoro ad una ricerca scultorea che declinava il fascino materico e la lezione dei due grandi maestri nel proprio tempo e nelle nuove atmosfere culturali.

Maestri che, pur non essendo in mostra, ne costituiscono l’invisibile premessa: Nanni Valentini, Carlo Zauli, Alfonso Leoni, Franco Garelli, Pompeo Pianezzola, Nino Caruso in Italia; Peter Voulkos negli Stati Uniti; Hayashi, e, una generazione pià tardi, Suerau Fukami in Giappone.

Ponendo dunque il dopoguerra come origine scelta della contemporaneità, ciò che la mostra invisibilmente contiene è tutto il fervore scultoreo informale, post informale, naturalistico e concettuale che gli anni cinquanta, sessanta e settanta ci hanno regalato con generosa ampiezza espressiva.

 

II

 

Le prime pagine di ogni manuale illustrativo della ceramica, indispensabile guida per chiunque si accosti con intenzioni serie a questa disciplina, sono dedicate all’origine della materia prima, l’argilla. Si parla quindi di chimica e geologia, di calanchi, di terreni sabbiosi, di dorsi montani. Si parla, in definitiva, di territori. E se si studia la storia della ceramica si vede come essa sia una storia di aree geografiche, per comodità chiamate con il nome delle città sorte vicino a queste terre, centri urbani che spesso si sono sviluppati proprio sulla lavorazione di esse.

Faenza, Albisola, Stoke on Trent, Daft, Kyoto, Sèvres sono alcuni punti di una mappa che copre ogni angolo del mondo, una rete di cittadine spesso piccole e di provincia, passate alla storia per le produzioni delle proprie manifatture, che spesso ne costituivano e ne sono ancora il fulcro della vita culturale.

Una vita fatta di segreti tecnici, di terre e smalti, di decori e stili peculiari in cui ogni tanto arrivava un artista estraneo a questo universo specifico ad arricchire la vita di bottega, a portare snodi imprevisti e sorprendenti agli abituali binari produttivi o a suggerirne inedite derivazioni; a schiudere prospettive e visioni che dal contemporaneo dell’arte imprimevano una traccia sulla duttile materia argillosa. Albisola o Vallauris, in questo modo, divennero nel Nocevento luoghi di produzione culturale di avanguardia grazie alle presenze, ad esempio di Picasso o dei futuristi, solo per citare due esempi lampanti.

E la ceramica, in questo modo, iniziava a diventare materia di utilizzo scultoreo che gli artisti ritenevano concretamente possibile, grazie al dialogo produttivo e alla fondamentale presenza del medium ceramista, non soltanto mero esecutore tecnico ma, nei casi più felici, interprete e artefice fondamentale dell’opera insieme all’artista stesso.

E qui sta un’ulteriore provocazione: la libertà dell’artista che, pur senza conoscere alcuna tecnica specifica, risulta autore dell’opera ceramica è considerata ancora oggi quasi un sacrilegio da una larghissima parte di ceramisti e ceramologi, che a forza di concentrarsi sulla virtualità tecnica del materiale la considerano come unica ragion d’essere possibile dell’opera d’arte ceramica.

Una visione che, come è chiaramente intuibile, condanna numerosi bravissimi ceramisti ad essere relegati nelle periferie dell’estetica contemporanea e che rende ancora più importanti per la vivacità culturale dei territori ceramici la presenza di molti artisti che, spesso all’oscuro ed inconsapevoli di questo punto di vista, ossigenano con le proprie visioni e sperimentazioni interi contesti locali e fozano artigiani ed artisti ad ampliare i propri limiti tecnici.

 

III

 

Terra provocata, dunque, in due sensi: dagli artisti che, nati e cresciuti nella ceramica, ne hanno forzato dall’interno i limiti fisici e concettuali e da coloro i quali, dall’esterno di una profonda perizia tecnica, l’hanno elevata contro ogni pregiudizio a pura materia dell’arte ed hanno reso possibile la grande attrattiva che oggi tutti riconoscono alla ceramica.

La ricchezza di opere in ambito internazionale che sono scaturite da questa doppia attenzione negli ultimi cinquant’anni ha generato la consapevolezza generale che il materiale più antico ed ancestrale dell’uomo – la creta – potesse adattarsi ed esaltare le più vaste sperimentazioni tese a provare e a forzare da un lato lo sviluppo concettuale e dall’altro fisico nell’utilizzo di un mezzo così organico.

Sono plausibilissime e degne di nota, per questo, sia un semplice stuzzicadenti di terracotta che un dettagliatissimo e iper realistico vaso di fiori con insetti; ricerche essenziali sull’estetica delle forme condotte su porcellane post minimali e trasposizioni iconografiche ricchissime di dettagli e virtuosismi tecnici di matrice tradizionalmente maiolicara ma attualizzata dall’utilizzo della fotoceramica; sperimentazioni sulle caratterisitche fisiche della materia, dalla capacità sonora alla diffusione termica, alla citazione iconografica contenuta nell’identità stessa del materiale.

Perchè la ceramica è per inclinazione primaria materiale votato all’eterogeneo, essendo al tempo stesso sulla tavola di ogni giornio e sotto la pancia di uno space shuttle, sanitario, protesi dentaria, immagine cimiteriale.

Date queste premesse, la scelta curatoriale della mostra intende dare testimonianza della ricerca artistica più attuale sia italiana che internazionale in campo ceramico, rispettando l’eterogeneità che questa materia richiama.

Il fervore scultoreo che ha caratterizzato quella che in questa occasion consideriamo l’origine della contemporaneità – il secondo dopoguerra – rappresenta una preziosa sezione invisibile della mostra, fondamentale base di tutta la nostra riflessione.

Un’esplosione di vitalità ed espressioni che abbiamo deciso di essenzializzare nell’unico artista che, da solo, potesse sintetizzare tutte le principali vicende e tutte le conquiste che la ceramica ha raggiunto nell’ultima metà del Novecento: Lucio Fontana. L’artista italo argentino, infatti è stato precursore dei tempi sia in una direzione che nell’altra, immergendosi pienamente sia nelle virtsosità plastiche della materia che trasportandola nella dimensione concettuale.

Lo è stato essendo pienamente ceramista e, al tempo stesso, collaborando con artigiani, botteghe e manifatture di più di un centro ceramico; lo è stato, e la mostra lo testimonia, utilizzando molto spesso forme e soggetti tipicissimi della produzione ceramica; lo è stato per tutto l’arco della propria carriera, lasciando un solco così profondo nella cultura della ceramica nell’arte che in fondo tutto quello che nella ceramica è accaduto nei trent’anni successivi lo si può ricondurre alla propria ricerca.

L’estrema semplicità delle opere di Lucio Fontana scelte per la mostra ribadisce la profondità del segno lasciato: due opere semplicissime, due dei pani quotidiani di ogni ceramista: un piatto e una figura sacra, due opere da parete. Opere che nell’estrema semplicità tipologica racchiudono tutta la potenza plastica e concettuale che la materia dimostra di saper esaltare.

 

Da qui, analizzando poi la contemporaneità più stringente, la mostra vuole innanzitutto continuare a seguire il filo che lega la storia dei luoghi ceramici agli artisti, presentando in mostra opere realizzate a Faenza (con la Bottega Gatti e il Museo Carlo Zauli) e ad Albisola (nell’ambito della Biennale di Ceramica nell’Arte Contemporanea). Da questa base, poi, abbiamo lasciato fiorire la rigogliosa eterogeneità che vivacemente e disegualmente ci porta a completare un conciso giro del mondo in una trentina di opere che, tra le molteplici tecniche che la ceramica ci propone, confermano la straordinaria capacità espressiva di un materiale che, da semplice grumo di argilla, continua a trasformarsi con miracolosa duttilità nelle infinite forme concettuali e morfologiche dell’arte.

 

Matteo Zauli